Photo by Gage Skidmore

Photo by Gage Skidmore

La notizia del bando statunitense contro Huawei è solo l’ultimo atto di un processo che da tempo osservo accadere. Si è formata negli ultimi lustri una vera e propria tirannia tecnologica. Il tiranno risiede da lungo tempo negli Stati Uniti. Recentemente tuttavia, lo sviluppo della tecnologia cinese ha seguito un’evoluzione che ha portato i colossi cinesi lungo un arco di trasformazione da “copiatori” a “sviluppatori” e infine a “creatori”.

La tecnologia cinese non è più solo frutto di copiature sfacciate di quella occidentale, e neppure una rielaborazione di quelle. Oggi c’è molta tecnologia originale in Cina, e non di rado questa raggiunge picchi di qualità che superano quelli occidentali e statunitensi in particolare. Questo per quanto riguarda il lato hardware, quanto meno. Sul fronte software probabilmente le cose non sono diverse, ma ne abbiamo poca percezione, un po’ perché gli ecosistemi sociali rimangono confinati all’interno del mondo cinese, un po’ perché non c’era da parte loro interesse a espandere questo aspetto. In fondo si tratta sempre di un regime e l’isolamento della parte “sociale”, software, del sistema era un elemento desiderabile.

Trump dice di muoversi per paura di essere spiato, ma piuttosto sembra probabile che la paura sia quella di perdere l’esclusiva o addirittura la possibilità di farlo. Sono restio a pensare che il governo americano non abbia modo per mettere il naso sui software di Google e Apple e quindi nei nostri device, all’occorrenza. Così come ho più di un dubbio che i grossi player di hardware e software di comunicazione 4G e 5G americani sia in grado di tenere fuori dai loro prodotti le manine del governo federale. In più, e in maniera ancora più evidente, c’è il problema economico. Non credo sia un caso che il ban arrivi poche settimane dopo il sorpasso Huaweii / Apple.

Ma al di là della dietrologia, c’è un fatto evidente che dovrebbe colpire tutti noi non-statunitensi. Avendo affidato le nostre vite alla tecnologia statunitense, che questa sia Google, Amazon o Apple, Intel o Qualcom, non avendo sviluppato ecosistemi software alternativi di qualità, siamo in balia di una sorta di tirannia tecnologica.

Dall’oggi al domani, nel momento in cui qualche azione politica di un paese divenisse sgradita agli Stati Uniti, questi potrebbero molto semplicemente rendere inoperativi gli strumenti che privati e aziende utilizzano quotidianamente. Non si tratta solo dei telefonini, che avrebbero comunque un bell’impatto, ma anche di server e servizi indispensabili. Stiamo lasciando in mano statunitense degli asset vitali al giorno d’oggi fidandoci del fatto che siano sempre nostri “amici”. Ma questa mossa recente dimostra quanto sia inaffidabile questa assunzione. Il fatto che Trump possa dichiarare lo stato di emergenza sulle basi di un’ipotesi non dimostrata, senza alcuna resistenza interna, bloccando i servizi indispensabili al funzionamento dei device Huaweii, mostra il re nudo.

Siamo nelle mani di un paese straniero, che riteniamo amico, ma che dimostra di avere pochissimo riguardo per ogni altro paese del mondo, guerrafondaio, con una democrazia che mostra ormai segni evidenti di deterioramento.

Questo non è accettabile e se fossimo intelligenti, se avessimo un governo europeo degno di questo nome, una delle azioni prioritarie nei prossimi mesi e anni dovrebbe essere quella di creare un ecosistema tecnologico europeo alternativo a quello statunitense. Prima di tutto a livello software, quindi, se possibile, anche diversificando al massimo la quantità di hardware di diversa provenienza che lo supporti. Altrimenti, man mano che questi ecosistemi diventeranno sempre più importanti, sempre più indispensabili alla nostra vita, aumenterà di contro la forza con cui sarà possibile per gli Stati Uniti imporre le proprie scelte forzosamente, tramite minacce e atti concreti.

Trump dovrebbe essere ricordato come il precurso della tecnotirannia.

Forse siamo ancora in tempo a salvarci, ma dovremmo agire presto e fermamente. Nel mio piccolo dedicherò i prossimi mesi e anni a cercare di costruirmi, almeno a livello personale, alternative che non siano basate negli USA. Credo che sarà impossibile, e questo sarà un’ulteriore dimostrazione che la tecnotirannia è già una realtà.