http://www.flickr.com/photos/kaptainkobold/860885199/Oggi mi sono trovato in una situazione che mi ha fatto riflettere.

Sono andato questa mattina a fare delle analisi nel laboratorio di un ospedale vicino casa mia. Non era molto presto, circa le otto, e mi sono ritrovato ad avere l’ultimo numero della mattina (vengono fatte solo un certo numero di analisi, ma di questo parlerò un’altra volta). Avevo quindi il numero sessanta e cinquantanove persone davanti a me.

Accanto allo sportello c’era un cartello che spiegava come alcune categorie di persone avessero la precedenza e potessero così evitare la fila.

Senza spiegare il perché, che non ha importanza ai fini di questo racconto, vi dirò solo che in base a quel cartello io avevo una delle caratteristiche richieste per scavalcare la fila.

Ma non ho reclamato questo mio diritto, anche se ero l’ultimo della fila, anche se molti altri durante l’attesa sono arrivati ed hanno usufruito di questo vantaggio, allungando la mia attesa ancora di più.
Ho aspettato tranquillamente la mia fila e sono uscito dall’ospedale alle 9.45 .

Non è che io sia scemo, semplicemente non mi sembrava corretto usufruirne.

Non avevo una fretta particolare, non mi sentivo male, non avevo problemi a stare in piedi ad aspettare. Insomma, per semplificare, la condizione che mi garantisce quel diritto in questa occasione non mi causava alcun impedimento o problema superiore a quello delle altre persone in fila, peraltro in larga parte più anziani di me.

Per questo non ho ritenuto opportuno utilizzare questa possibilità.

Bene, questa era solo la premessa, la riflessione è un’altra, ma nasce tutto da qui.

In questi giorni ho iniziato a leggere il libro La Casta. Mentre aspettavo stamattina ho ragionato sul concetto di diritto e su quello di opportunità.

Nella nostra società ci sono un certo numero di regole e strutture normative che sono volte a facilitare la vita della gente, specialmente di quella che ha problemi, ma anche a chi si ritiene svolga un compito importante. Queste regole abbracciano praticamente ogni aspetto della nostra vita e sono, a mio avviso, il più concreto segnale di civiltà che un paese ed un popolo può dare. È qualcosa di più ampio di quello che definiamo welfare, ma sicuramente il welfare ne fa parte.

Si va da cose molto importanti come il diritto alla pensione e all’assistenza sanitaria fino a cose molto più quotidiane e minute come il parcheggio per i disabili, il passare avanti in una coda, le esenzioni varie….

C’è inoltre tutto un mondo di diritti ed opportunità tipici di certe categorie sociali. Pensate ai politici, ma non sono certo i soli.

E mentre aspettavo seduto in quella poltroncina nella sala d’attesa dell’ospedale pensavo che non tutti questi casi hanno la stessa valenza. E che non tutti le opportunità che ci vengono date sono in realtà da interpretare come diritti.

Mi spiego con un esempio.

Un tempo ai malati con certe sindromi era data l’opportunità di fare le così dette “cure termali” usufruendo di giornate di assenza dal lavoro aggiuntive rispetto alle normali ferie. Era una possibilità, un’opportunità che veniva data a tutti quelli che ne avevano bisogno. Ma la gente non sa distinguere un’opportunità da un diritto e così tutti quelli che ne avevano i requisiti (e anche parecchi di quelli che non li avevano) iniziarono ad usufruire di questa opportunità ogni anno, puntualmente, anche se non ne avevano davvero bisogno. Tant’è vero che nella realtà molti non ci andavano nemmeno a fare queste famose cure termali, semplicemente ne approfittavano per farsi due settimane di vacanza aggiuntiva.

Un’altro esempio, magari non esattamente reale. Se si ha l’opportunità di prendere 30 giorni di malattia “bambino” durante l’anno e nostro figlio non si ammala, perchè li consideriamo un “diritto” e ce li prendiamo lo stesso?

La riflessione è questa: in un paese civile le persone devono avere l’opportunità di usufruire del maggior numero possibile di agevolazioni, così come chi svolge compiti importanti va facilitato nel suo lavoro. Ma in un paese civile queste persone dovranno utilizzare quelle opportunità solo quando, e se, ne avranno davvero bisogno.

Tanto più queste opportunità sono svincolate dallo stato di bisogno, tanto più il loro utilizzo scriteriato si configura come privilegio. Ed i privilegi non sono una cosa da paese moderno, da paese civile, quanto piuttosto un retaggio tardo medievale.

Leggendo il libro di Stella e Rizzo mi rendo conto che i nostri politici hanno probabilmente in gran parte perso il senso della misura, la capacità di distinguere diritto, opportunità e privilegio.

Ma come possiamo criticare i nostri governanti se nemmeno noi abbiamo più questa dignità, questo senso di giustizia? Se non ci sforziamo di seguire questa strada?

Certo rinunciare a quello che si percepisce come un diritto non è facile e sicuramente non è comodo, io a volte ci provo, e non sempre ci riesco, ma a costo di sembrare un po fesso, rimango convintissimo che l’unico modo concreto di lottare per un ideale sia quello di vivere rispettandolo in prima persona.

Per quanto possibile, nel nostro piccolo.