Che venga pure la pioggia

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La scrittura, come ogni altra attività umana, conduce chi la pratica attraverso una serie di fasi, più o meno definite e probabilmente diverse da persona a persona. Alcune sono abbastanza comuni e prima o poi ogni autore ne fa esperienza. Il famigerato “blocco dello scrittore” è talmente nominato da essere diventato in realtà un contenitore per tutta una serie di problemi, che hanno spesso ben poco in comune.

Qualcosa di simile mi è capitato nel periodo successivo all’uscita dei due libri che ho pubblicato lo scorso anno, il romanzo Baby Boomers e la raccolta di racconti Fughe. Per un certo numero di settimane mi sono dedicato più che altro a tentare di spingere questi due testi, e naturalmente il tempo per la scrittura è stato limitato. D’altra parte non sentivo il bisogno di scrivere, al contrario avevo il desiderio di prendermi una pausa.

Pausa che si è protratta più a lungo di quanto avessi pensato, fino all’inizio di questa estate. Il motivo principale per cui sono rimasto in attesa per questo tempo credo fosse la necessità di pensare a quanto avevo fatto, analizzare le debolezze e gli spazi di miglioramento. Il problema è che io sono scoperto molto più critico verso me stesso di quanto non lo sia verso chiunque altro. Sono state dunque molte le cose rimesse in discussione, e tanti gli aspetti dove i miei dubbi, invece di dissiparsi, si sono infittiti e moltiplicati. C’è stata anche la tentazione di lasciar stare. In fondo il mondo può fare a meno dei miei scritti, e forse potrei farne a meno anch’io.

Tuttavia, pian piano, le cose sono andate al loro posto. Alcuni dubbi sono diventati consapevolezza e quindi hanno dato vita a nuovi intenti. Un piccolo numero sono stati accettati come inevitabili mali con i quali convivere pacificamente o quasi. Qualcuno è rimasto lì, irrisolto, a dar fastidio. In ogni caso, ho iniziato di nuovo a scrivere, in maniera caotica e disordinata, in maniera avventata e poco ragionata. Mi viene da dire a pioggia, alla maniera dei temporali estivi.

Ora sto riordinando le idee, scavando canali, preparandomi a fare scelte. E proprio adesso, soltanto poche ore fa, uno dei più grossi tra i dubbi in sospeso, quelli più fastidiosi, quelli che con i quali non si può convivere, è stato spazzato via. La cosa buffa è che non l’ho “risolto”, l’ho distrutto. Ho semplicemente capito cosa voglio fare.

Il tema era quello del genere letterario. Sia il romanzo che la raccolta hanno questo problema: non appartengono a un genere letterario preciso. Come direbbe un editor che stimo molto: “In quale diavolo di scaffale lo metto questo libro?” Una domanda a cui io non saprei rispondere e che invece bisogna porsi da subito, quando si decide di scrivere qualcosa. Un libro deve avere un genere preciso, una classificazione, perché i lettori lo vogliono, perché ne ha bisogno Amazon per differenziare, le librerie per orientare. Una necessità che comprendo e riconosco, che non nego e che accetto. E proprio per questo molto difficile da ignorare.

Da una parte quindi la cosa giusta da fare: scrivere libri con un genere chiaro. Non fare casini, non trovarsi poi per le mani qualcosa di inclassificabile, non prendere in giro il lettore che si aspetta fantascienza o fantasy e si trova qualcosa che non è né l’una né l’altra. Ma non riuscivo ad andare avanti, a sbloccare la questione, a prendere davvero una decisione.

Quando ho ripreso a scrivere mi sono trovato in breve con diversi racconti, solo alcuni dei quali completati, molti altri in diversi stadi di lavorazione. Qualche giorno fa cercavo tra questi qualcuno che potesse andare bene per un concorso a cui avrei voluto partecipare. Qualcosa da completare, che fosse in linea con il genere letterario che veniva richiesto. Allora ho cominciato a scorrere i miei testi, cercando di capire, per ognuno, di che genere fosse.

E mi sono reso conto che quasi tutto quello che scrivo non ha le caratteristiche per appartenere a un genere preciso, salvo quando è una storia che scrivo per una esigenza specifica. Quando invece scrivo liberamente, viene giù roba senza marchi né etichette. Viene giù roba che è forse fantasy, ma forse no. Che non è fantascienza, ma forse sì.

E ho capito. Ho capito che mi stavo ponendo un problema forse anche importante, in assoluto, ma non per me. Ho capito che devo smettere di provare a incanalare le mie cose in tubi, di cercare di rinchiuderle in scatole. Ho capito soprattutto che non me ne importa nulla, ma proprio niente, assolutamente zero. Ho capito che voglio scrivere così, seguendo la mia natura.

E ho deciso. D’ora in avanti scriverò senza pensare al genere letterario, nel modo che mi sembrerà migliore per trasmettere quello che voglio, senza curarmi di quale sarà lo scaffale dove il mio testo andrà appoggiato. Se le cose che scrivo avranno una connotazione tale da poterle assegnare a un genere letterario, sarà per puro caso.

E ora, che venga pure la pioggia. Sono pronto a bagnarmi.

By | 2017-09-19T17:26:43+00:00 settembre 19th, 2017|Blog, Indie Way|1 Comment

One Comment

  1. Roberto Bonfanti 19/09/2017 at 23:34 - Reply

    Saggia decisione. Alcuni fra i migliori libri che ho letto non avrei saputo in che genere incasellarli.

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