Apologia della pessima scrittura

Photo by Alex Blaja via Unsplash

Questo articolo ha le sue radici nell’incontro di sabato 17 giugno a Roma, Gusto Indie, e nell’articolo di Marco Mancinelli del mercoledì successivo. Incontro che ha stimolato riflessioni credo in tutti i presenti, e articolo che merita una risposta da parte mia. Vi invito a leggerlo ora, prima di proseguire la lettura qui.

Fatto? Bene. Per sgomberare il campo da dubbi inizio dicendo che concordo con gran parte delle cose scritte in quell’articolo, in particolare sull’esigenza di migliorare sempre, sulla cattiva qualità di una parte dell’editoria, sulla natura intrinsecamente egocentrica dell’atto della pubblicazione. Non solo di quella indie, peraltro.

Quello su cui non concordo invece è il collegamento causa effetto tra pessima letteratura e diminuzione dei lettori e dei libri letti in Italia. In particolare e in modo specifico quello con la pubblicazione self dilagante. L’idea che sta dietro questo concetto, e che voglio confutare, è piuttosto semplice: la gente non legge perché delusa da libri pessimi. Io non credo che sia così, quanto meno non credo che questa sia la causa prevalente del fenomeno, anzi, in qualche misura, e un po’ per rivendicare la mia natura contrarian, affermo che ci sia una fetta di pessima scrittura che ha concorso semmai a mitigare la diminuzione dei lettori. Ora cercherò di spiegare perché la penso in questo modo.

Indie uguale digitale

Cominciamo da qui. Proprio nel mio intervento a Gusto Indie parlavo dell’opportunità per gli autori indie di pubblicare anche il cartaceo del proprio libro. Moltissimi già lo fanno, ma nonostante questo la gran parte dei libri venduti o distribuiti gratuitamente dagli autori indie sono digitali. Vediamo cosa ci dice l’ISTAT:

L’8,2% della popolazione complessiva (4,5 milioni di persone pari al 14,1% delle persone che hanno navigato in Internet negli ultimi tre mesi) hanno letto o scaricato libri online o e-book negli ultimi tre mesi. (fonte)

Interessante no? Dunque, facciamo due conti, i lettori in Italia sono circa il 42 per cento della popolazione, quindi solo circa il 20 per cento dei lettori utilizza almeno in parte il libro digitale. Pensare che questi lettori leggano prevalentemente libri di autori indie è velleitario, direi. Non sono in grado di fare un’ipotesi precisa ma posso fare due ragionamenti di buon senso, partendo da un dato: l’ISTAT ci dice che il 90% dei libri pubblicati sono di grandi editori. Considerando la capacità di marketing e la fama di questi editori sarebbe sbagliato pensare che le loro vendite riflettano più o meno questa proporzione anche sul mercato digitale?

La mia tesi insomma, tutta da dimostrare ma sostenuta credo da una buona dose di ragionevolezza, è che gli autori indie rappresentino una piccola frazione di quel venti per cento, qualche punto percentuale. Che sia il dieci o il venti per cento poco importa, alla fine stiamo parlando in termini assoluti di pochi punti percentuali sull’intero mercato editoriale.

Anche ammettendo che tutto ciò che pubblicano i self sia mondezza immonda, vogliamo dare tutta a loro, che impattano su una minuscola parte dei lettori, la colpa del calo di vendite dei libri? Io penso che non sarebbe ragionevole.

Per ora prendete atto di questi numeri e andiamo avanti.

È la statistica, bellezza, e non puoi farci niente!

Se andiamo a spulciare i dati dell’annuario statistico 2016 vengono fuori un bel po’ di cose interessanti sui lettori. Ne metto in fila alcune.

La popolazione di 6 anni e più che, nel 2016, si è dedicata alla lettura di libri (per motivi non strettamente scolastici o professionali) nell’arco dell’ultimi 12 mesi è pari al 40,5 per cento. Sono i giovani tra gli 11 e 19 anni ad avere le quote di lettori più elevate: il 51,1 per cento degli 11-14enni, il 47,1 dei 15-17enni e il 48,2 per cento dei giovani di 18-19 anni. Contrariamente a quanto accade per i quotidiani, la quota di lettori di libri diminuisce al crescere dell’età e le donne, in tutte le fasce di età, mostrano un interesse maggiore degli uomini per la lettura (il 47,1 per cento contro il 33,5 per cento dei maschi). (fonte pag.10)

Sintetizzando, i giovanissimi non leggono forse molti libri, ma leggono in parecchi. Le statistiche dicono che i più anziani leggono meno, ma questo non significa che i giovani con il tempo smettano di leggere, semplicemente ci sta a dire che le fasce della popolazione attualmente più anziane hanno meno lettori, ma sono lettori più forti. Nell’annuario vediamo anche un altro dato abbastanza intuitivo ma confermato dai numeri: i giovani usano di più strumenti digitali e internet. Questo ci potrebbe far dedurre abbastanza naturalmente che tra i giovani sia anche più diffuso il libro digitale, quindi anche la lettura di autori indie.

C’è anche un interessante prospetto (il 5) su uno dei documenti ISTAT che mostra come la diffusione di ebook sia superiore tra chi legge molto. Un elemento che mi conforta nell’affermare come la lettura di digitale, quindi di indie, non sia un deterrente alla lettura in generale.

Se si considera il genere, mentre non legge poco più della metà delle donne, i maschi non lettori totali sono ben il 64,5 per cento. Tra i residenti nelle regioni del Nord-est la percentuale dei non lettori di libri è la più bassa: 49,8 per cento, mentre al Sud raggiunge il 70,7 per cento.  (fonte pag.364)

Un altro paio di dati interessanti: la differenza di lettori tra genere maschile e femminile e tra zone geografiche. Sono contrasti molto forti, davvero significativi, che ci suggeriscono come il problema culturale sia assolutamente prevalente rispetto a qualsiasi altro parametro possa influenzare le abitudini di lettura. Schifezza dei testi inclusa.

La scuola non basta. L’ambiente familiare è un fattore determinante: si stima che legga libri il 66,8% dei ragazzi tra i 6 e i 14 anni con entrambi i genitori lettori e solo il 30,9% di quelli con genitori che non leggono libri. (fonte)

Come vedete anche le abitudini di lettura della famiglia hanno un impatto enorme sulla lettura, altro fattore di grande portata che non ha niente a che fare con la lettura di schifezze indie.

Potrei continuare, ma sulle statistiche mi fermo qui, credo che sia abbastanza per supportare l’altra gamba del mio ragionamento: la causa principale della non lettura è di tipo culturale e non ha niente a che fare con la qualità dell’editoria. Prendete atto anche di questa mia opinione, credo ben supportata dai fatti, e andiamo ancora avanti.

C’è schifezza e schifezza

Come dicevo con un filo di polemica provocatoria all’inizio dell’articolo, non solo le schifezze self non hanno avuto impatto negativo sulle abitudini di lettura degli Italiani, ma forse, al contrario, l’impatto è stato positivo. Vediamo perché dico questa bestemmia.

Qualche parola di premessa per poterci capire. Quando prendiamo tra le mani un testo indie, anzi, un testo qualsiasi, possiamo incontrare varie gradazioni di qualità. Andando verso il basso, ci sono essenzialmente due fattori che possono farmi gridare alla schifezza: la qualità stilistico/formale della scrittura; la qualità emotiva e tecnica della storia. Non so dare i nomi giusti, non sono studiato, se volete indicatemi la via, ma credo che ci siamo capiti.

Ora non ve la prendete, voi esperti e professionisti del settore, quello che sto per dirvi magari non vi piacerà tuttavia contiene una briciola preziosa di verità: la gran parte dei lettori non è assolutamente in grado di percepire neanche una frazione di quello che siete in grado di percepire voi, nei riguardi sia della qualità stilistico formale che della qualità tecnica della trama. Possiamo discutere sulla quantità, io ho detto “gran parte”, magari potrebbe essere che mi sbagli e sia “una certa fetta”, ma la mia sensazione è che non sia una percentuale irrilevante, anzi che sia una quantità maggioritaria. Se poi parliamo di adolescenti mi viene da dire che ci avviciniamo al cento per cento.

Intendiamoci, non è che un lettore giovane o un adulto poco competente del linguaggio e della narratologia non sia in grado di percepire a livello inconscio che un libro è scritto peggio di un altro, ma questo lo colpirà molto meno di quanto colpisce voi. Per capirci ancora meglio: voi scartereste un manoscritto se nelle prime pagine ci sono errori di punto di vista e altri orrori tecnici, ma al lettore medio probabilmente fregherà meno che niente, a patto che…

A patto che la gamba emotiva funzioni.

Commentavo giorni fa con gli amici di Sad Dog Project un incipit che avevo ricavato da un estratto Amazon. Un libro per adolescenti. In due pagine c’era tutto quello che odio. Luoghi comuni, iperboli, disgrazie che affliggono l’infanzia della protagonista, aggettivi a mitraglia. Terribile, tecnicamente. Ma il libro ha decine di recensioni, vere, di ragazzine in solluchero. Che lo hanno letto con gioia, che vogliono leggere il seguito. Quel libro, emotivamente, funziona. Al diavolo i distinguo, quel libro funziona. Certo rimane un libro mal scritto, poco originale, pieno di cose che vi faranno inorridire, tuttavia è stato letto, verrà letto e ha tenute incollate alla pagina un bel numero di ragazzine.

E questo, a mio modo di vedere, è un bene. Sono lettrici che hanno ricavato dalla lettura un ritorno positivo. Un giorno forse, scorrendo di nuovo quelle pagine rideranno per averne goduto, perché magari negli anni avranno poi letto ben altro, ma sarà stata comunque un’esperienza che ha favorito la lettura, non l’ha certo scoraggiata. Forse senza quel libro qualcuna di quelle non avrebbe letto il libro successivo e poi un altro ancora. Forse quella schifezza è servita a guadagnare un lettore.

Insomma cari amici, c’è schifezza e schifezza. Sono convinto che, se esistesse, farebbe più danno un libro scritto con tecnica perfetta ma incapace di suscitare un briciolo di emozione. Ma molta di quella che noi consideriamo pessima letteratura è comunque qualcosa che un lettore non particolarmente consapevole, esperto, chiamatelo come volete, può godersi tranquillamente.

E i lettori più smaliziati? Sono quelli che allontaniamo dalla lettura con le nostre schifezze?

Quelli cari amici si fermeranno all’incipit, eviteranno il libro, e non sarà certo l’autrice self a scoraggiarli dalla lettura. Proprio per le loro qualità superiori sapranno ben scegliere. Semmai noi indie dovremmo porci il problema di come evitare che costoro mettano tutti quanti noi in un gran fascio e ci buttino via, bambino e catino. Ecco, questo sì, la nostra cattiva scrittura può provocare una diminuzione della lettura di opere indie da parte della fetta più smaliziata e preparata dei lettori. Ma questo è un altro problema e magari ne parliamo un’altra sera.

PS. Come sempre, se trovate errori e refusi, sono lì per farvi soffrire.

By | 2017-08-03T09:04:39+00:00 giugno 22nd, 2017|Blog, Indie Way|2 Comments

2 Comments

  1. Roberto Bonfanti 22/06/2017 at 23:04 - Reply

    Ottima analisi, Mario, mi piace soprattutto la conclusione, la capacità di analisi critica non si ottiene fin da piccoli per trasmissione dei geni, ma va coltivata, fatta crescere e, nel caso della letteratura, come farlo se non leggendo?

    • Mario Pacchiarotti 22/06/2017 at 23:36 - Reply

      Che poi, se ci guardiamo indietro e osserviamo le nostre letture giovanili con gli occhi di oggi, non ci fanno un po’ ridere per l’ingenuità che avevamo, per aver goduto appieno di cose che oggi ci fanno quasi rabbrividire? Eppure con noi hanno funzionato, visto che non solo leggiamo ancora, ma abbiamo persino la presunzione di scrivere.

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