Gabbie intellettuali

A volte, per un attimo, mi viene da pensare che il mitologico “leghista“, di pura razza padana, abbia ereditato dai suoi avi qualche caratteristica sgradita, una cerda “tardezza” mentale, o almeno intellettuale. Poi mi ricredo immediatamente, perchè per istinto mi ribello a qualsiasi razzismo, anche al mio.

E’ però difficile spiegare razionalmente il comportamento di gente come Calderoli, che in piena fronda sudista, va a sfrugugliare la minchia (mi pare il termine esatto) ventilando l’introduzione delle simpatiche “gabbe salariali“.

Ma al di la’ del grande tempismo con cui questo illuminato duce del carroccio va a dare ulteriore alimento al fuoco della ribellione sudista (strumentale o reale che sia..), vorrei soffermarmi un attimo, in maniera asettica e razionale (per quanto possibile) sull’analisi del tema “gabbie salariali“.

Credo sia un atto doveroso, da parte di tutti, rifletterci su, diciamo un cinque minuti, tanto dovrebbe bastare, prima di accantonare definitivamente il tema nell’archivio delle “cazzate galattiche“.

Per cominciare però dobbiamo prima di tutto capire di che stiamo parlando, dare perciò una definizione precisa di “gabbia salariale“, altrimenti si può dire di tutto e di più senza tuttavia dire niente di sensato.

Da qui in poi quindi parlando di “gabbia salariale” intenderemo identificare un meccanismo retributivo che ridefinisce i minimi di paga sindacale, probabilmente verso il basso, in base alla zona geografica dove viene svolta l’attività lavorativa. 

Tra i fautori di questa iniziativa ci saranno senz’altro quelli che ritengono questo meccanismo funzionale all’aumento dell’occupazione nelle aree dove vengono applicate gabbie che rendono più conveniente l’assunzione (quindi dove la gabbia impone un minimo salariale significativamente più basso di quello del resto del paese).

Gli stessi affermeranno anche che in queste aree il costo della vita è più basso di quello delle aree più sviluppate del paese e quindi il minor salario non sarebbe un problema ed anzi rappresenterebbe una sorta di “giustizia sociale“, rendendo di fatto la retribuzione “relativa” più omogenea.

Il circolo virtuoso che costoro sperano di innescare è il seguente: abbasso i minimi sindacali, le aziende trovano conveniente aprire ed assumere in quella zona, si creano posti di lavoro, il reddito della zona ne risente positivamente.

Senza neanche prendere in considerazione tutti i fattori che rendono abbastanza stupida l’idea di “gabbie salariali” legate indiscriminatamente ad una zona geografica estesa, vediamo per ora se gli sperati vantaggi di questa ideuzza sarebbero poi così positivi.

Possiamo cominciare dicendo come i fattori che spingono un’azienda ad insediarsi in un territorio vanno molto al di la del semplice aspetto della retribuzione dei dipendenti. Ci sono importantissimi aspetti come lo stato delle infrastrutture, le caratteristiche del territorio, non solo fisiche ma anche sociali e ambientali, la logistica e molto altro, che vanno ad incidere profondamente in queste decisioni. Diventa quindi facile capire come l’impatto di una simile iniziativa rispetto alla capacità di attirare aziende nelle aree interessate sia davvero estremamente limitata, direi quasi nulla, almeno se questo non viene accompagnato con grande impegno con altre iniziative di origine (e finanziamento) statale volte a facilitare il fenomeno.

Visto che soldi non ce ne sono al momento direi che possiamo scordarci di vedere questo tipo di attività statali in queste aree per i prossimi anni, e quindi scordiamoci anche che la semplice introduzione delle gabbie porti un significativo aumento delle aziende che si insediano in quei territori.

Un vantaggio verrebbe quindi su quel fronte solo dall’aumento eventuale di posti di lavoro generato da aziende già insediate che vedrebbero abbassarsi i costi della mano d’opera.

Trattandosi però di aree dove non c’è una grande presenza di imprese di dimensioni significative, zone dove in questo periodo assistiamo semmai alla chiusura di fabbriche e società, potrei essere realista pensare che più ad un impatto nella crescita di occupazione potremmo vedere un impatto nel mantenimento di occupazione già presente…

Dunque a cosa andremmo incontro? Diminuzione di stipendi in cambio di qualche posto di lavoro salvato?

Ma ammettiamo pure che per qualche miracolo la mia analisi sia sbagliata, mettiamo che invece ci siano frotte di aziende che aprono nuove fabbriche, filiali, uffici nelle zone interessate. Come risultato avremmo maggiore occupazione, un incremento del PIL locale, maggiore disponibilità generale di soldi e incremento naturale del costo della vita. Spesa più cara e stipendi più bassi… Ottimo risultato.

Ho in testa qualche altra preoccupazione, derivante dalla conoscenza del modo di pensare e lavorare italiano. Se non gestita accuratamente una legge sulle gabbie salariali potrebbe dare vita a situazioni assurde, gente assunta al sud che lavora al nord (stipendio più basso, trasferta e costo della vita più alti). Ed è solo un piccolo esempio, ma la fantasia degli italiani ha dato prova in passato di essere molto molto dinamica nello sfruttare le pieghe delle leggi, basta guardare a cosa è stato fatto con le leggi che rendono possibili le varie forme di precariato…

Del resto l’idea di “ingabbiare” le retribuzioni è di per se vecchia, poco coerente con la tendenza a liberalizzare i mercati, e la retribuzione minima non è una conquista da poco, cui rinunciare così, tanto per provare, sta li a garantire che i datori di lavoro non approfittino della loro situazione di prevalenza abbia come risultato una sorte di schiavismo moderno. 

Differenze di stipendio d’altronde sono già presenti di fatto, in funzione dei diversi contesti territoriali, e riguardano quelle fette di mercato che paga i dipendenti con stipendi ben al di sopra del minimo salariale.

In definitiva si tratta di un’idea abbastanza impraticabile, inutile o forse dannosa, politicamente infelice e molesta.

Insomma una proposta standard leghista….

By | 2016-07-07T11:05:18+00:00 agosto 6th, 2009|Blog, Personale|0 Comments

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